del venerabile Ajahn Sucitto
© Ass. Santacittarama, 2005. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Silvana Ziviani.
Parte quarta
Domanda. La meditazione è solo introspettiva e fissata su di sé, solo uno studio del sé?
Risposta. Questo tipo di meditazione è centrata sul rapporto che hanno le cose con noi, e questo è piuttosto comprensibile, perché in realtà quello che ci sembra il mondo esterno, non è altro che l’immagine che ne abbiamo noi, fortemente influenzata da quello a cui scegliamo di prestare attenzione, come lo riceviamo e cosa ne facciamo. Così l’idea che il mondo e il sé siano separati è completamente fuorviante.
Che cosa è il mondo? Be’, per cominciare è quello che scegliamo di guardare. Per esempio, le alghe blu-verdi possono non avere molto significato per noi, ma potrebbero essere molto interessanti per un biologo. Potrebbe essere il suo intero mondo: conosce le alghe blu-verdi, ma non sa nulla dei sistemi giudiziari. Se fate parte del corpo insegnante, il vostro mondo è per lo più quello. Oppure leggete i giornali e allora il mondo sembra essere la Jugoslavia, l’Iraq o la Somalia e una serie infinita di atrocità ed orrori. Così il mondo è ciò che scegliamo di guardare o quello che è in linea con noi.
Il mondo è anche la maniera in cui percepiamo le cose. Possiamo percepirle dal punto di vista dell’ambizione – come ottenerle – o percepirle a seconda di come ci sentiamo in rapporto ad esse. Possiamo vedere il mondo come un posto spaventoso, un posto in cui bisogna sopravvivere, oppure possiamo percepirlo come un luogo in cui dovremmo essere compassionevoli e gentili. Questi stessi atteggiamenti influenzeranno naturalmente il modo nel quale percepiamo il mondo. Si può anche andare avanti all’infinito, ma in realtà il punto è che non possiamo comprendere il mondo finché non abbiamo compreso noi stessi, ma non possiamo realmente comprendere noi stessi fintanto che non abbiamo compreso il mondo. Questo perché entrambi fanno parte di una totalità, di una continuità, le estremità diverse di una stessa cosa. Si può guardare una delle due estremità del bastone, ma entrambe sono parte dello stesso bastone.
E’ senz’altro vero che alcune persone che meditano possono diventare molto ossessive e suscettibili, ma non è questo lo scopo della pratica. Anzi, significa fraintendere, non capire; la meditazione comprende sempre un elemento di riflessione. L’apprendimento è importante, perché altrimenti rischiamo di rimanere ossessionati o intrappolati nell’egoismo, che può in situazioni particolari essere molto raffinato, come non voler avere più nulla a che fare con il resto del mondo, o voler ottenere alcuni tipi di esperienze piacevoli, o diventare qualcuno di speciale, dotato di qualche particolare conoscenza esoterica. Tali impulsi e istinti possono manifestarsi dentro di noi, è vero, ma lo scopo di questa meditazione non è di svilupparli, ma di comprenderli e trascenderli. Quando c’è presenza mentale e chiara comprensione, quando siamo consapevoli della mente, allora stiamo anche guardando ai tipi di desiderio che abbiamo. Questo non significa diventare moralisti riguardo ai desideri, ma semplicemente va notata la sensazione abbinata al desiderio, quando la mente si rivolge all’esterno. Il punto è comprendere quel movimento che cerca di trattenere e impadronirsi di qualcosa, di essere qualcuno o voler andare da qualche parte: notare quella sensazione come qualcosa di realmente diverso da ciò che è la consapevolezza. La consapevolezza si limita solo a vedere, e poi lascia andare.
In tal modo torniamo sempre alla base della meditazione: al luogo della stabilità, del distacco, della fermezza, della non acquisizione, del non conseguimento, del non divenire, della mancanza di ossessione. E’ un grande fondamento. Più lo rinforziamo, più potremo essere veramente aperti a ciò che in apparenza è il mondo esterno, perché lasciamo andare i nostri meccanismi di difesa o la nostra avidità, il nostro egoismo verso il mondo. Con questo tipo di meditazione, se fatta correttamente, saremo più facilmente in grado di evitare queste abitudini, questi modelli di comportamenti mentale, ed essere realmente molto più aperti e sensibili verso il mondo.
Ma è anche vero che spesso dobbiamo attraversare questi stati ossessivi. A volte la mente se ne esce con le paranoie più assurde, cose ridicole che non hanno nemmeno un senso. Così quando abbiamo un pensiero ossessivo che ci assilla, la cosa da fare è non irritarsi, pensando di essere diventati pazzi o chiedendoci cosa possa mai significare, ma notarlo e rimanere centrati. Notiamo il sorgere del pensiero e invece di seguirlo, crederci o negarlo, limitiamoci semplicemente a notarlo come un pensiero che attraversa la mente. La mente può pensare qualsiasi cosa, e inizierà a farlo proprio quando cominceremo a privarla di qualche oggetto speciale da pensare. Questa è una pratica di non-ossessione e di non-sé, per poter vedere che tutto è solo roba da lasciar andare.
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