mercoledì, ottobre 26, 2011

Il Buddha insegnò che quattro sono gli «stati sublimi» della mente:
1) amore, o amore-benevolenza (mettâ);

2) compassione (karunâ);
3) gioia compartecipe (muditâ); 
4) equanimità (upekkhâ).


Sono chiamati anche brahma-vihâra, un termine che si può tradurre con «stati mentali elevati, eccellenti, sublimi» oppure con «dimore di Brahmâ», «dimore divine».
Sono detti eccellenti o sublimi perché costituiscono il giusto, ideale atteggiamento nei confronti di tutti gli esseri viventi. Forniscono di fatto la soluzione a tutti i problemi sociali. Sono le grandi cure per la tensione, i grandi pacificatori nei conflitti sociali, le grandi medicine per le ferite causate dalla lotta per l’esistenza; abbattono le barriere sociali, edificano comunità armoniose, risvegliano la magnanimità assopita e a lungo dimenticata, vivificano la gioia e la speranza da tempo abbandonate, promuovono la fratellanza umana contro le forze dell’egoismo. Sono incompatibili con l’odio e tutte le sue manifestazioni.
Sono detti dimore (vihâra) perché dovrebbero diventare luoghi di dimora abituali dove la mente si sente «a casa», e non luoghi da visitare di tanto in tanto per brevi momenti subito dimenticati. In altre parole, la mente deve saturarsene. Devono diventare gli inseparabili compagni della nostra giornata, e dobbiamo mantenerne la consapevolezza in tutte le normali attività. Nel «Canto dell’amore-benevolenza» (Mettâ-sutta) si dice:

In piedi, camminando, sedendo o giacendo, libero da stanchezza,
mantenga questa consapevolezza. Questa si chiama dimora divina.

Questi quattro stati (amore, compassione, gioia compartecipe ed equanimità) sono anche conosciuti come illimitati, in quanto, nella loro perfezione e per loro natura, la serie di esseri verso cui essi irraggiano non può subire alcuna limitazione. Non possono essere né esclusivi né parziali, né legati a preferenze e pregiudizi. La mente che acquisisce la sconfinatezza dei brahma-vihâra non conosce pregiudizi nazionalistici, razziali, religiosi o di classe.
Ma l’applicazione illimitata e sconfinata di queste quattro qualità deve radicare in uno stato mentale diventato naturale; lo sforzo e la volontà non bastano per rimuovere i confini e le parzialità. Per svilupparle non è sufficiente assumerle come regole di condotta o argomenti di riflessione, occorre usarle come oggetti di una meditazione metodica, chiamata brahmavihâra-bhâvanâ, «sviluppo meditativo degli stati sublimi». Scopo della meditazione è raggiungere, con l’aiuto degli «stati sublimi», quegli elevati livelli di concentrazione chiamati «assorbimenti meditativi» (jhâna). Le meditazioni sull’amore, la compassione e la gioia compartecipe producono l’ottenimento dei primi tre assorbimenti, mentre la meditazione sull’equanimità conduce direttamente al quarto, nel quale infatti l’equanimità è il fattore predominante.
Parlando in termini generali, solo la continuità della pratica meditativa produce i due effetti supremi. Primo, fa scendere queste quattro qualità nel profondo del cuore, in modo che diventino atteggiamenti spontanei, difficili da annullare. Secondo, la meditazione stimola e rafforza la loro natura sconfinata, ne dispiega l’immensa portata. Le istruzioni dettagliate contenute nelle scritture riguardo a queste quattro meditazioni hanno il chiaro intento di sviluppare via via l’illimitatezza degli «stati sublimi», abbattendo sistematicamente le barriere che ne restringono l’irraggiamento solo verso determinate persone o determinati luoghi.
Nyanaponika



Il cammino della libertà interiore - Insegnamenti buddhisti
di Nyanaponika Mahathera – edizioni Magnanelli

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