Il Buddha insegnò che quattro sono gli «stati sublimi» della mente:
1) amore, o amore-benevolenza (mettâ);
2) compassione (karunâ);
3) gioia compartecipe (muditâ); 4) equanimità (upekkhâ).
Sono chiamati anche brahma-vihâra, un termine che si può tradurre con «stati mentali
elevati, eccellenti, sublimi» oppure con «dimore di Brahmâ», «dimore divine».
Sono detti eccellenti o sublimi perché costituiscono il giusto, ideale atteggiamento nei
confronti di tutti gli esseri viventi. Forniscono di fatto la soluzione a tutti i problemi sociali.
Sono le grandi cure per la tensione, i grandi pacificatori nei conflitti sociali, le grandi
medicine per le ferite causate dalla lotta per l’esistenza; abbattono le barriere sociali,
edificano comunità armoniose, risvegliano la magnanimità assopita e a lungo dimenticata,
vivificano la gioia e la speranza da tempo abbandonate, promuovono la fratellanza umana
contro le forze dell’egoismo. Sono incompatibili con l’odio e tutte le sue manifestazioni.
Sono detti dimore (vihâra) perché dovrebbero diventare luoghi di dimora abituali dove la
mente si sente «a casa», e non luoghi da visitare di tanto in tanto per brevi momenti subito
dimenticati. In altre parole, la mente deve saturarsene. Devono diventare gli inseparabili
compagni della nostra giornata, e dobbiamo mantenerne la consapevolezza in tutte le
normali attività. Nel «Canto dell’amore-benevolenza» (Mettâ-sutta) si dice:
In piedi, camminando, sedendo o giacendo, libero da stanchezza,
mantenga questa consapevolezza. Questa si chiama dimora divina.
Questi quattro stati (amore, compassione, gioia compartecipe ed equanimità) sono anche
conosciuti come illimitati, in quanto, nella loro perfezione e per loro natura, la serie di
esseri verso cui essi irraggiano non può subire alcuna limitazione. Non possono essere né
esclusivi né parziali, né legati a preferenze e pregiudizi. La mente che acquisisce la
sconfinatezza dei brahma-vihâra non conosce pregiudizi nazionalistici, razziali, religiosi o
di classe.
Ma l’applicazione illimitata e sconfinata di queste quattro qualità deve radicare in uno stato
mentale diventato naturale; lo sforzo e la volontà non bastano per rimuovere i confini e le
parzialità. Per svilupparle non è sufficiente assumerle come regole di condotta o argomenti di riflessione, occorre usarle come oggetti di una meditazione metodica, chiamata
brahmavihâra-bhâvanâ, «sviluppo meditativo degli stati sublimi». Scopo della meditazione
è raggiungere, con l’aiuto degli «stati sublimi», quegli elevati livelli di concentrazione
chiamati «assorbimenti meditativi» (jhâna). Le meditazioni sull’amore, la compassione e la
gioia compartecipe producono l’ottenimento dei primi tre assorbimenti, mentre la
meditazione sull’equanimità conduce direttamente al quarto, nel quale infatti l’equanimità è
il fattore predominante.
Parlando in termini generali, solo la continuità della pratica meditativa produce i due effetti
supremi. Primo, fa scendere queste quattro qualità nel profondo del cuore, in modo che
diventino atteggiamenti spontanei, difficili da annullare. Secondo, la meditazione stimola e
rafforza la loro natura sconfinata, ne dispiega l’immensa portata. Le istruzioni dettagliate
contenute nelle scritture riguardo a queste quattro meditazioni hanno il chiaro intento di
sviluppare via via l’illimitatezza degli «stati sublimi», abbattendo sistematicamente le
barriere che ne restringono l’irraggiamento solo verso determinate persone o determinati
luoghi.
Nyanaponika
Il cammino della libertà interiore - Insegnamenti buddhisti
di Nyanaponika Mahathera – edizioni Magnanelli
|
Qualsiasi diritto, di immagine, di privacy o diritti simili che sono toccati, menzionati, usati o citati in queste pagine sono proprietà dei legittimi proprietari.
La rivista DHARMA, trimestrale di buddhismo per la pratica e per il dialogo, vive grazie agli abbonamenti. Puoi sostenerla abbonandoti alla versione online (15 euri) oppure alla versione tradizionale stampata (35 euri) che comprende anche la versione online.
0 commenti:
Posta un commento