del venerabile Ajahn Sucitto
© Ass. Santacittarama, 2005. Tutti i diritti sono riservati.
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Traduzione di Silvana Ziviani.
Parte seconda
La chiara comprensione può essere considerata una forma di riflessione, di considerazione, e ci sono quattro modi per praticarla. Prima, c’è la chiara comprensione nei riguardi dello scopo. Per esempio, quando vi sedete a meditare, notate semplicemente qual è la vostra intenzione. Può darsi che non vi sia molto chiara e potreste pensare: "Be’, perché prima mi sembrava una buona idea", oppure "perché sono le sette e mezza". Ma se non riuscite a vedere chiaramente l’intenzione, allora vuol dire che la mente non è perfettamente attenta e che si fanno le cose per abitudine. Anche con la meditazione può capitare che uno faccia le cose così solo per farle, senza sapere perché o cosa stia facendo.
Ciò non significa che c’è bisogno di un’analisi intellettuale delle motivazioni, ma piuttosto bisogna conoscere la sensazione dello scopo che si ha quando sediamo in meditazione. Può essere la sensazione di voler osservare ciò che si sta facendo e di stare attenti a che punto si è o se ci accettiamo: insomma se c’è qualche sensazione che indichi che la mente si sta orientando verso una particolare forma di attenzione. Ciò può aiutare ad esaminare dove dovremmo porre la nostra attenzione, cosa assai importante perché in qualche caso potremmo porre l’attenzione su alcuni oggetti proprio per evitare di essere consapevoli di quello che sta accadendo. Potremmo usare la meditazione come una barriera, forse focalizzandoci sul respiro per non sentire il rimorso o la paura. Potremmo manipolare la meditazione per farla diventare uno strumento utile a sopprimere cose che dovrebbero invece essere riconosciute ed investigate; così invece di osservare lo stato mentale in cui ci troviamo, potremmo osservare le sensazioni fisiche, quando in realtà sarebbe più significativo osservare lo stato mentale. Dobbiamo esaminare perciò il nostro proposito: stiamo cercando di comprendere o di evitare qualche cosa?
Un’altra base della chiara comprensione riguarda il campo o l’ambito in cui agisce, cioè dove viene posta e mantenuta la nostra attenzione. Ci accingiamo a contemplare il corpo, le sensazioni, la mente o cosa? E allora se vogliamo praticare su quella certa base, in modo che sia possibile sperimentare quel dato processo fisico o mentale, attraverso un’ampia gamma di situazioni e di livelli energetici... allora dobbiamo sapere su cosa porre la nostra attenzione e come mantenerla. Poi, nel corso di questa attività, le abitudini mentali porranno tutta una serie di sfide che metteranno alla prova la nostra abilità. Tali ostacoli sono tutte cose da osservare con consapevolezza, in modo che la pratica che stiamo facendo sia in grado di portare alla luce le paure, le preoccupazioni, i pensieri inespressi e gli stati d’animo che abbiamo, che sia cioè in grado di aprire il vaso di Pandora della mente per fare uscire alcune cose e poterle esaminare, notare e vedere come qualcosa che sorge e cessa. Ciò comporta mantenersi sull’oggetto di meditazione, in modo che gli aspetti della coscienza a cui normalmente reagiamo o che reprimiamo, possano essere visti con distacco ed obiettività. Questo ci consente di lasciarli andare. Rimanere dentro questo ambito significa dimorare nell’esperienza diretta, piuttosto che in concettualizzazioni e interpretazioni. Sorgerà allora una comprensione che permetterà al cuore di trovare pace, anziché indugiare in spiegazioni, critiche o speculazioni mentali. E’ questo che intendiamo quando parliamo di trovare il giusto ambito, il giusto luogo, il giusto fondamento come base per la chiara comprensione.
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