Molta incomprensione della dottrina buddhista della rinascita è stata causata in Occidente dall’uso delle parole «reincarnazione», «trasmigrazione» e «anima». L’ultimo concetto, in particolare, costituisce lo scoglio maggiore alla comprensione di ciò che si può pensare accada quando si verifica la rinascita, anche perché si tratta di una concezione che la filosofia e la religione occidentale non hanno mai definito con chiarezza. Con «anima» si intende generalmente la somma della personalità individuale, un’entità personale durevole e più o meno indipendente dal corpo fisico, alla cui morte sopravvive. La si considera il fattore della personalità, che distingue un individuo da un altro, e si suppone che includa la coscienza, il pensiero, il carattere e tutto ciò che contribuisce a costituire il lato psichico, immateriale dell’essere umano.
L’idea della trasmigrazione di un’«anima» siffatta in un altro corpo dopo la morte, in senso pitagorico, non è verosimile. Le teorie che postulano un’anima che si «reincarna» esigono che si creda che questa complessa entità psichica si possa trasferire da un’abitazione materiale a una di un ordine psico-fisico completamente diverso; è il caso dell’«anima» di un uomo maturo, dotata di tutte le sue conoscenze e le sue esperienze, che si «reincarna» nel corpo di un neonato. Non ci può essere, ovviamente, identità tra la mente di un adulto e le facoltà psichiche ancora latenti del bambino che dovrebbe costituire la sua «reincarnazione». La teoria diventa totalmente inaccettabile quando si estende alla «trasmigrazione» in forme di vita animale.
In ogni caso, tutte le prove si oppongono all’esistenza di una simile «anima» anche nel contesto di un’unica esistenza. Questa «entità», questa «centralità cosciente» o «io» non è altro che un’impressione soggettiva derivata dalla continuità di momenti successivi dell’attività cosciente. William James, uno dei pionieri della psicologia, afferma l’impossibilità di trovare una simile entità, in luogo della quale c’è invece un processo in continua mutazione. Tale processo non è il semplice cambiamento ordinario percepito dai sensi in tutto ciò che ci circonda, ma, come insegna il buddhismo, un’«esistenza» costituita esclusivamente dal sorgere e passare di momenti di coscienza. Chi abbia difficoltà a concepire un flusso dinamico senza «qualcosa» che cambia, ne troverà una descrizione molto convincente nell’«evoluzione creatrice» di Bergson.
Nel viaggio dalla culla alla bara, la personalità cambia con l’accumularsi delle esperienze, lo sviluppo delle conoscenze e le modificazioni prodotte in essa dalle circostanze esterne. Altri fattori di alterazione sono le degenerazioni psichiche e gli incidenti. Niente è permanente nel mondo psichico dell’uomo, e ben poco è anche solo coerente. Ciò che ci è dato di trovare sono le tendenze a pensare e a reagire per modelli identificabili che possono rimanere abbastanza costanti nel corso della vita, se non intervengono a mutarli influenze profonde. Il carattere è la somma di queste tendenze, la cui prevedibilità dipende però dalle circostanze. Agli studiosi appaiono come il prodotto dell’ereditarietà e dei fattori ambientali, e la loro interazione è senza dubbio il fattore principale della personalità. Nel prosieguo di questo studio vedremo se possono essere considerate come la totalità della personalità.
Qual è dunque l’«identità» tra la persona attuale e quella futura che giustifica l’uso della parola «rinascita»? La riposta è che si tratta di un rapporto puramente «seriale», un’identità che si può descrivere solo come un continuum causale. È questa l’unica identità che ci è dato trovare negli stadi successivi della vita di un essere. L’identità che intercorre tra un neonato e ciò che sarà ottant’anni più tardi, è esclusivamente dovuta a una successione causale. Tutto ciò che, in un particolare momento, costituisce il lato materiale e mentale dell’individuo è il prodotto di una serie di personalità precedenti e causalmente correlate: dire che si tratta della stessa persona è un’espressione puramente convenzionale. In realtà s’intende che il bambino è il precedente causale del vecchio, e che il vecchio è il prodotto-effetto del bambino. In luogo di un’«anima» durevole troviamo un processo dinamico di causa ed effetto che rappresenta il solo legame tra i vari stadi della vita di un individuo.
Il rapporto intercorrente tra l’essere umano che muore e la creatura che si riforma come derivato del suo kamma, nel processo che viene chiamato «rinascita», appartiene allo stesso ordine del rapporto tra il neonato e l’adulto che egli è destinato a diventare. Sempre quest’unico rapporto corre tra il neonato, il bambino, l’adolescente, il giovane, l’adulto e l’anziano. Si tratta solo ed esclusivamente di un rapporto causale in cui l’uno è il prodotto dell’altro: «non lo stesso, eppure non un altro». Il processo di «morte e rinascita» è di fatto continuamente all’opera nel corso della vita, poiché la coscienza è costituita da una successione di momenti-pensiero (cittavîthi, la sequenza cognitiva), che sono come perle infilate sul filo del continuum vitale inconscio (bhavanga). Ogni momento di coscienza è, nel suo prodursi e cessare, una piccola nascita e una piccola morte.
Francis Story
| Il cammino della libertà interiore - Insegnamenti buddhisti di Nyanaponika Mahathera – edizioni Magnanelli |
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